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antonio versavia

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October 22

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Il sonno

Maledetti voi, veleni oscuri,

 bianco sonno!

Questo stranissimo giardino

d'alberi crepuscolari

 popolato di serpi e di falene,

di ragni, pipistrelli.

L'ombra, straniero, che hai perduta

nel rosso del tramonto:

 un truce corsaro

nel salso mar della tristezza.

 Sul ciglio delle notte

s'alzano a volo uccelli bianchi

 sopra crollanti citta' d'acciaio.

September 19

....

April 07

CocaCola fatta in casa "Opencola"

 

BOIGOTTIAMO LA COCACOLA  "OPENCOLA" 

SE SEI STATO ad una esposizione di computer negli ultimi mesi puoi averla vista: una lattina per bibite di argento luccicante con la linguetta con il marchio e le parole "opencola" su un lato. All’interno c’è una bibita frizzante dal gusto molto simile alla Coca-Cola. O è Pepsi?

Tuttavia, c’è qualcosa d’altro scritto sulla lattina, che mette da parte la bibita. Afferma "controlla l’origine presso opencola.com". Vai all’indirizzo Web e vedrai qualcosa che non è disponibile sul sito della Coca-Cola o su quello della Pepsi — la ricetta della cola. Per la prima volta, puoi farla veramente proprio a casa tua.

OpenCola è il primo prodotto mondiale di consumo "opensource". Chiamandola open source, il suo creatore sta affermando che le istruzioni per produrla sono disponibili gratuitamente. Chiunque può preparare la bibita e chiunque può modificare e migliorare la ricetta, purché lasci anche la sua ricetta di dominio pubblico. Come modo di fare affari è piuttosto insolito — la Coca-Cola Company non ha l’abitudine di diffondere segreti commerciali preziosi. Ma questo è il punto.

Pertanto, OpenCola è il segno più evidente che una lunga battaglia tra filosofie rivali nello sviluppo del software si è aperta nel resto del mondo. Ciò che è iniziato come dibattito tecnico sul modo migliore per mettere a punto i programmi del computer, si sta trasformando in una battaglia politica sul possesso della conoscenza e su come viene utilizzata tra coloro che credono nella libera circolazione delle idee e coloro che preferiscono definirla "proprietà intellettuale". Nessuno sa quale sarà il risultato. Ma, in un mondo di opposizione crescente al potere corporativo, i diritti restrittivi di proprietà intellettuale e la globalizzazione, l’open source sta emergendo come un’alternativa possibile, un mezzo potenzialmente potente di lotta. E tu stai contribuendo a valutare il suo valore proprio ora.

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March 12

aah uuh aah uuh aah uuh...

300... lo scontro raggiante tra scudi e lance, spade e ossa, carne e sangue. La trama è chiara e semplice: 480 a.C., i Persiani di Serse invadono la Grecia, pronti a vendicare la sconfitta di Dario, 10 anni prima, a Maratona, e a fare anche della Grecia una provincia dell'immenso e ricchissimo Impero Persiano; Leonida, con 300 Spartani, contro il parere dei suoi consiglieri e dei sommi magistrati della sua città (gli Efori), corrotti dall'oro nemico, marcia verso nord e si arresta presso una località, chiamata le Termopili (il passo infuocato), una stretta gola fra i monti, da cui si prepara ad affrontare lo smisurato esercito di Serse e, se non vincerlo, almeno rallentarne l'avanzata; Il film passa velocemente in rassegna la violenta educazione Spartana impartita a Leonida sin da bambino, l'"Agoghè" (e non l'"agogè", come dice la voce narrante!), fatta di esercizi ginnico-militari, lotte violente, punizioni corporali, cacce solitarie e fra i ghiacci invernali, per metter alla prova le capacità di sopravvivenza autonoma, periodi di duro servizio militare, veglie e difficili prove di sopportazione l'ambientazione è sobria, spartana, appunto; i costumi, essenziali. Solo qualche imprecisione, anche piuttosto grave (a Sparta c'erano 2 re e non uno solo, come sembra, ascoltando i dialoghi dei personaggi; gli Spartani erano estremamente presi dal "vizietto" e non amavano tanto animosamente le proprie mogli, come invece Leonida ama la sua regina; che, del resto, fortunatamente per noi spettatori uomini, è un'attrice assolutamente bellissima e generosa nel mostrarsi, mentre le donne Spartane erano note per essere particolarmente virili e mascoline nei tratti), dopodiché, però, il film rispetta perfettamente certi fondati elementi storici: seppure di Sparta si conosca poco, e al netto di certe forzature, davvero i re Spartani erano soggetti agli Efori (i 5 magistrati dalle funzioni e caratteristiche poco chiare, ma potentissimi, a Sparta, ed estremamente influenti); senza contare che la mentalità orgogliosa e guerriera degli Spartani è resa in maniera perfetta e senza esagerazioni. In definitiva, un bel film, una valida ricostruzione storica, pure nell’atmosfera surreale che, del resto, nulla toglie alla drammaticità del momento e di certe scene ed, anzi, le esalta nobilmente, e pure nella deformità mostruosa ed inumana di certi personaggi Persiani e del traditore Spartano, che connota negativamente, agli occhi dello spettatore, quelli che la storia ha presentato, ed il regista vuole far apparire come “i cattivi”. Il film non si rifa' alla storia vera ma si al fumetto di Frank Miller prodotto nel 1998, tengo a precisre la data per dissuadere coloro che pensano che alcune scene sono un rimando a vari film come Troy, Signore degli Anelli, Hero e cosi' via....

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In conclusione, il film merita davvero di esser visto, di per sé, solo per il valore storico ed ideologico che lo sostanzia (la strenua difesa della “libertà”, contro l’oppressione di qualsiasi tiranno e qualsiasi schiavitù; la commemorazione, dopo quasi 2500 anni, del sacrificio di eroi, cui, penso, ciascuno di noi europei, e non solo, deve ancora oggi la massima stima e gratitudine) e lo consiglio volentieri, un  film spettacolare, finanche epico in certi tratti, e, del resto, violentissimo e molto sanguinolento, per lo più.

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February 28

Biodisel fai da te... Fanculo allo stato

PROMUOVIAMO IL FAI DA TE
 
In Italia il biodiesel è volutamente introvabile, in questa situazione, l’unica soluzione rimane quella che già molti italiani stanno facendo: utilizzare olio vegetale o meglio ancora farsi il biodiesel in casa 

 

Nonostante i numerosi vantaggi ecologici e ambientali, il biodiesel continua ad essere introvabile, allora non resta che farcelo da noi.
C’è davvero da mettersi le mani nei capelli: da una parte le città sotto assedio dello smog e il prezzo dei carburanti continuano a salire; dall’altra si fa poco o nulla non solo per ridurre il traffico veicolare, ma neanche per facilitare l’impiego di carburanti ecologici come il biodiesel che oltre a presentare caratteristiche molto simili al gasolio, lubrifica la pompa di iniezione, costa meno e bruciando produce meno emissioni inquinanti.
Nonostante i numerosi vantaggi, in Italia il biodiesel è volutamente introvabile, in questa situazione, l’unica soluzione rimane quella che già molti italiani stanno facendo: utilizzare olio vegetale o meglio ancora farsi il biodiesel in casa. Ed è proprio questo quello che ci proponiamo con questo articolo.
A questo punto, merita fare una precisazione rispetto a quanto sta circolando in questi giorni su vari siti e giornali. E’ vero che l’olio vegetale (in particolare l’olio di colza) può in molti casi sostituire egregiamente il gasolio. Già Rudolf Diesel, inventore del motore omonimo, utilizzava l’olio di arachidi come combustibile, (erano i primi anni del ‘900). Ma ahimè le cose poi sono andate come sappiamo, il petrolio ha preso il sopravvento e oggi l’ultima generazione dei moderni motori diesel non sempre è compatibile con il propellente vegetale usato in origine. Il problema non è tanto nelle impurezze presenti nell’olio vegetale, quanto nella viscosità degli oli vegetali, più densi rispetto al gasolio comune, che mette sottosforzo la pompa di movimentazione del combustibile; inoltre la maggior viscosità diminuisce il grado di miscelazione con aria e quindi l’efficienza di combustione.
Per tali ragioni non è consigliabile utilizzare olio di colza se non in minime quantità miscelato al gasolio.
Se si vuole usare un olio vegetale come combustibile, l’unico modo è dunque riportarlo a valori di densità paragonabili al gasolio attraverso una reazione di transesterificazione (ossia la trasformazione di un estere in un altro estere), in grado di spezzare le molecole dei trigliceridi che compongono l’olio, in catene più piccole e quindi più fluide. Ecco fatto il biodiesel, all’anagrafe Emv (Estere Metilico Vegetale), combustibile pulito, rinnovabile e ad effetto serra nullo (ributta in aria la CO2 assorbita dalle piante durante la crescita).
Un po’ di chimica
Per fare chiarezza sui termini che ho usato, gli esteri non sono molecole che provengono da oltreconfine (passatemela), ma semplicemente una specie chimica che si forma dall’unione di un alcool con un acido grasso. Gli acidi grassi sono a loro volta molecole tutto sommato molto simili agli idrocarburi a lunga catena presenti nei distillati di petrolio. I trigliceridi sono esteri formati da una molecola di glicerina (che è un trialcool) e da tre acidi grassi.
Essendo una molecola piuttosto grande rispetto a quelle lineari degli idrocarburi, per poterla utilizzare come carburante è necessario spezzettarla, eliminando la glicerina e “attaccando” gli acidi grassi ad un alcool più piccolo, come il metanolo. Questa è la transesterificazione; non è un gioco di prestigio inventato dal mago Silvan, ma si tratta solo di scambiare un alcool grosso e “ramificato” con uno piccolo e semplice.
Facciamolo in casa!
Seguendo questa reazione e usando come materia prima i trigliceridi che provengono da qualsiasi fonte, olio vegetale nuovo, olio fritto di cucina (molto economico!), grassi animali è possibile produrre un combustibile riciclando addirittura scarti alimentari.
In concreto per la realizzazione occorrono 3 molecole di alcool metilico per ogni molecola di trigliceride da trasformare e un po’ di catalizzatore (soda caustica) per promuovere la reazione. Tradotto in misure a noi più familiari ci vorrebbero: 0,1 litri di metanolo e circa 3,5 g di soda caustica (NaOH) per ogni litro di olio fresco.
Ma siccome ogni reazione tende ad un equilibrio e noi vogliamo che tutto l’olio sia trasformato e non solo una parte, si usa un eccesso di alcool per spingere la reazione verso la totale conversione. Quindi la ricetta finale è: X litri di olio fresco + 0,2 *X litri di metanolo + 3,5*X grammi di soda caustica.
Come detto, si può adoperare anche l’olio usato in cucina dopo la frittura, ma in tal caso va aggiunta una aliquota in più di catalizzatore per neutralizzare gli acidi grassi liberi e va eliminata l’acqua e le scorie di cibo eventualmente presenti.
In linea di massima con oli non troppo usati la dose totale di NaOH è circa 6,25 g per litro. Purtroppo il metanolo non è facile da reperire, inoltre è soggetto a severi controlli dopo i gravi casi di sofisticazione del vino di alcuni anni fa, infine è un composto tossico per contatto e ingestione e va usato con le dovute cautele e precauzioni. Per tutti questi motivi è consigliabile utilizzare in sua sostituzione il comune etanolo, il classico alcool etilico rosa del supermercato.
C’è però una precisazione da fare: l’alcool deve essere assolutamente anidro (quindi quello a 90° non va bene) perché l’acqua parassita la reazione, bloccandola e promuovendo una reazione di saponificazione che manda tutto a monte.
Quindi bisogna procurarsi dell’alcool etilico assoluto (99,9%) e usare una maggiore quantità di catalizzatore (7 g/litro di olio contro i 3,5 g/litro per il metanolo); occorre anche una maggiore quantità di alcool (27,5% contro il 20% di olio necessario con il metanolo).
Il processo prevede che prima si mescoli l’alcool con il catalizzatore, in questo modo si ottiene un intermedio reattivo (il metossido di sodio, o l’etossido a seconda dell’alcool). Successivamente si unisce il metossido a l’olio a una temperatura tra i 35 e i 60 °C (optimum a 45-50 °C) agitando il tutto per circa un’ora.
Esperimenti in cucina
L’attrezzatura necessaria è composta da: un fornelletto elettrico, una bilancetta da cucina precisa al grammo, una vecchia pentola in disuso della capienza di circa 3 litri e un agitatore (realizzato con un trapano elettrico fissato su una colonnina, con un perno e una rondella saldata per smuovere il liquido). Per evitare inutili sprechi è consigliabile provare con un litro alla volta.
Ecco come procedere:
Mescolare circa 275 cc di alcool etilico (CH3-CH2-OH) con 7 g di soda caustica (NaOH) fino a completa dissoluzione (in questo modo si ottiene l’etossido). A parte, mettere a scaldare la pentola con un litro di olio di semi e, raggiunti i 50 °C, aggiungere l’etossido.
Subito dopo la miscela si intorpidisce, diventando di colore scuro. A questo punto si inserisce nel liquido l’agitatore (realizzato con il trapano). Dopo un’ora, si spengono fornelletto e agitatore. A questo punto la miscela comincia a separarsi in due fasi, sul fondo si deposita la glicerina (ottima per creme emollienti e prodotti cosmetici) densa e scura, in alto l’estere (il biodiesel), più chiaro e liquido.
Si lascia riposare qualche ora per la completa separazione e poi si prosegue. La cosa migliore è poter utilizzare un recipiente con un rubinetto sul fondo, in modo da fare defluire prima la glicerina e dopo l’estere.
Ci siamo quasi. L’ultima operazione da eseguire è il lavaggio del biodiesel. L’importante è essere precisi e attenti nelle varie fasi, o si rischia di ottenere degli insuccessi, reazioni che non avvengono, o si fermano a metà.
Tenete presente che usando alcool etilico, invece del metanolo, tutta l’operazione è più impegnativa, sia in termini economici, che in termini di cura dei particolari e tempo necessario, per contro vi ripaga con una minore probabilità di successo (è proprio un ingrato!). L’unico vantaggio è la minore tossicità.
L’importanza del lavaggio
Il lavaggio del biodiesel potrebbe sembrare superflua, ma è essenziale per eliminare tutti i residui poco raccomandabili per la salute del motore. Ci sono diversi modi per effettuare il lavaggio, ecco uno dei più semplici. E’ sufficiente una botticella di plastica da 50 litri con un rubinetto in fondo, una pompetta da acquario per soffiare aria, e relativa tubazione ed erogatore.
Ho messo il biodiesel da lavare nella botticella (30 litri per volta) e ho aggiunto 10 litri d’acqua. A questo punto ho lasciato gorgogliare l’aria nell’acqua (che, essendo più pesante, si deposita in fondo) in modo da creare una corrente continua tra acqua tirata su dall’aria e biodiesel. L’acqua si lega ai residui disciolti nel biodisel e li trascina con sé in basso. Lasciare decantare l’acqua (che diventava biancastra) per circa 8 ore e farla defluire a sedimentazione completata. Ripetere il trattamento 3 volte, finché l’acqua non rimane pulita. Quindi si apre il rubinetto e si lascia defluire tutta l’acqua, quello che rimane è il biodisel pronto all’uso!
La prova del nove
A questo punto, bisogna farsi coraggio e buttare nel serbatoio la “pozione magica”. Conviene provare prima con pochi litri, aggiunti al gasolio già presente nel serbatoio, poi se tutto va bene si può utilizzare il biodiesel puro al 100% autoprodotto.
Se avete seguito correttamente tutte le istruzioni, sentirete il motore girare perfettamente, e in modo più silenzioso e “rotondo” del solito. Ma la cosa più entusiasmante è constatare che dal tubo di scarico esce praticamente solo “aria calda”, priva di odore, e che anche nelle accelerate più profonde con la terza marcia non si forma la classica fumata del turbodiesel.
Ad oggi con il biodisel preparato in casa ho percorso più di 1000 chilometri senza inconvenienti di sorta. Anche i consumi sono ottimi, la mia auto ha reso circa 20 km/litro di biodiesel (motore VW 1.4 TDI 3 cilindri).
Il rovescio della medaglia
Purtroppo accanto ai numerosi aspetti positivi fin qui elencati, ce ne sono anche di negativi. Innanzitutto il costo. Preparare il biodiesel in casa non è poi così economico come potrebbe sembrare, alla fine viene a costare come il gasolio del distributore o poco meno, tranne nel caso in cui si utilizza dell’olio da cucina usato. In definitiva farsi il biodisel in casa è più una provocazione nei confronti di enti, istituzioni e governi che dicono di preoccuparsi della salute dei cittadini, ma che non fanno niente di concreto. E’ la dimostrazione concreta che con pochi sforzi si può inquinare meno. C’è poi anche l’aspetto fiscale, con il carburante “fai da te” di qualsivoglia natura non si pagano le accise sui carburanti per cui, anche se animati dai migliori propositi, si è a tutti gli effetti degli evasori fiscali. Insomma, oltre la beffa il danno.


I vantaggi del biodiesel
di Giorgio Petrucci
Il biodiesel è un prodotto ecologico perché non immette ulteriore anidride carbonica (CO2) nell’ambiente dato che, provenendo dall’estrazione di un seme oleoso, la CO2 prodotta dalla sua combustione è stata in precedenza sottratta dall’aria attraverso la fotosintesi clorofilliana per cui il suo utilizzo non fa aumentare l’effetto serra ne contribuisce all’aumento del riscaldamento della temperatura terrestre.
I vantaggi però non finiscono qui perché l’utilizzo di questo combustibile per autotrazione apporta ulteriori benefici:
Le sostanze che andiamo a bruciare nel biodiesel sono esteri degli acidi grassi, sostanze altamente energetiche che hanno in più già presenza di ossigeno nelle molecole per cui la loro combustione nel motore è più completa per cui aumentano il rendimento e generano meno incombusti e polveri.
Il biodiesel è più facilmente infiammabile per compressione del normale gasolio e questo è un’enorme vantaggio per i motori diesel dove il combustibile brucia per compressione e non attraverso la scintilla delle candele come i motori a scoppio.
Il biodiesel non contiene assolutamente composti aromatici nella sua composizione per cui  contribuisce in minima parte all’incremento degli idrocarburi poliaromatici (IPA) cancerogeni prodotti dai normali combustibili derivati dal petrolio.
Il biodiesel non contiene zolfo, dunque non contribuisce all’immissione di anidride solforosa nell’ambiente che, oltre ad essere tossica ed irritante per la gola, contribuisce in modo rilevante all’aumento dell’acidità delle piogge.
Il biodiesel, ottimizzando la combustione, produce meno inquinanti come monossido di carbonio ed ossidi d’azoto.
Il biodiesel contribuisce a mantenere pulito tutto il sistema d’iniezione del motore contribuendo ad aumentarne l’efficienza e diminuendo la necessità di manutenzione.
Per la produzione di biodiesel si possono utilizzare materie prime come olio di colza o di girasole, ma anche oli e grassi di frittura, contribuendo così al vantaggioso riciclaggio di potenziali rifiuti.
Inoltre c’è un’enorme convenienza energetica nella produzione di biodiesel nel saldo tra spese energetiche di produzione e ricavi energetici, in pratica fornisce più energia di quella necessaria per la sua produzione, dunque non "consuma" risorse.
Per tutti questi motivi, la Comunità Europea, cosciente di dover intervenire sui fronti del trattato di Kyoto per la diminuzione dell’emissione di CO2 e sulla diminuzione dell’inquinamento urbano e nazionale, ha emanato una serie di direttive per incentivare l’utilizzo del biocarburanti (2003/30/CE, 2003/96/CE).
In controtendenza rispetto ad altri paesi, il governo italiano, dopo aver incentivato nella scorso anno la produzione di biocarburanti, defiscalizzando una produzione pari a 300000 tonnellate è tornata sui suoi passi e, con l’articolo 527 della finanziaria 2005 ha ridotto di 100000 tonnellate la quantità di biocarburante in esenzione d’imposte. Questo mentre in Germania il governo ha concesso una produzione illimitata di biocombustibili in esenzione d’imposta, in Francia ha incrementato di un terzo la quantità in esenzione e lo stesso Presidente Bush, che notoriamente ha forti interessi familiari e personali nella produzione e commercio di prodotti petroliferi, ha varato alcuni mesi fa un piano federale d’incentivo alla produzione di combustibili ecocompatibili.

Alcune precauzioni necessarie
1. Dal punto di vista sicurezza se si scalda l’olio per la reazione di tranesterificazione producendo esteri più volatili del materiale di partenza, alle temperature di reazione, sono più facilmente infiammabili dell’olio stesso dunque ci può essere pericolo d’incendio.
2. Il metanolo è molto tossico, ricordiamoci il vino al metanolo, e bolle ad una temperatura di 61 °C. Nelle condizioni di reazione ne passa molto allo stato di vapore generando pericoli d’intossicazione per inalazione.
3. Come è stato suggerito, è possibile utilizzare in alternativa al metanolo, alcol etilico ma non l’alcol denaturato che contiene dal 5 al 10% di acqua ed inibisce la reazione di catalisi della soda caustica.
4. L’alcol etilico assoluto costa molto e contiene residui di benzene cancerogeno dovuto al tipo di distillazione utilizzata per ottenerlo.
5. La stessa soda caustica, usata come catalizzatore, è pericolosa per la pelle e soprattutto per gli occhi e non è il caso di manipolarla con disinvoltura e senza opportune protezioni. (G. P.)

December 13

Per saperne di piu'

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L'EDUCAZIONE

Gli Spartiati rischiavano la vita fin dalla nascita, se i neonati, infatti, presentavano delle malformazioni, o erano giudicati troppo gracili, venivano esposti sul Taigeto e lì lasciati al freddo ai lupi. Superata questa prova erano allevati in casa fino ai sette anni, dopo di che le famiglie li consegnavano alla città. A sette anni si era pronti per l'agoghè, vera e propria accademia militare. I bambini erano divisi in gruppi detti branchi e a loro capo era posto un ragazzo più adulto chiamato mandriano. Come unico lusso era loro concesso un mantello, da portare sia d'inverno sia d'estate, se si pensa che la notte sul Taigeto, dove avveniva gran parte dell'addestramento, la temperatura scende regolarmente sotto zero, e che i ragazzi erano rasati e costretti a stare scalzi si comprende che ben poco conforto poteva recare tale indumento. Era inoltre dato loro poco vitto, quanto bastava a farli sopravvivere, la pietanza principale era il brodo nero, maiale(poco) servito con sangue ed aceto. Si racconta che quando riferirono la ricetta ad un sibarita questi esclamò "ecco perchè agli spartani nulla importa della morte". Dioniso di Siracusa fece venire da Sparta un cuoco per prepararglielo, assaggiatolo il tiranno lo trovò disgustoso, lo"chef" rispose che per gustarlo davvero era prima necessario tuffarsi nell'acqua dell'Eurota: il fiume che passava vicino alla città. A dodici anni l'addestramento diventava ancora più duro. Giunti a venti anni i ragazzi erano sottoposti ad un durissimo rito di passaggio. Sull'altare del tempio d'Artemide era disposta una gran quantità di formaggio, difesa da giovani più adulti, armati di fruste, gli iniziandi dovevano accaparrarsene quanto più possibile. La naturale competitività, lo sprezzo del pericolo, l'animosità degli armati di frusta, cui era raccomandato di non impietosirsi, facevano si che alcuni ragazzi si ferissero gravemente o addirittura morissero. Altra particolare istituzione era la Kripteia, della quale entravano a far parte solo i migliori, coloro che sarebbero divenuti gli 007 di Sparta. Il loro addestramento consisteva nell'aggirarsi nei boschi, armati di coltello, assalendo gruppi d'iloti che tornavano dal lavoro e sterminarli fino all'ultimo uomo. Il poco cibo fornitogli spingeva i ragazzi a rubare, erano anche incoraggiati a farlo, se scoperti erano severamente puniti, ma non per aver commesso il furto, bensì per l'essersi fatti scoprire. L'educazione spartana non verteva tanto sul leggere e sullo scrivere, quanto sulla musica e la danza, necessarie per acquisire un ritmo che si rivelava utile nelle battaglie. A venti anni si poteva partecipare ai syssiti, pasti presi in comune con i propri commilitoni, utili sia a cementare il legame fra i soldati, ma anche, e soprattutto, come messo in luce da Platone, ad evitare i conflitti sociali e generazionali.

L'ESERCITO

L'esercito delle città greche era costituito dalla falange oplitica. L'oplita era armato di lancia, gladio e di un largo scudo pesante 10 chili. Lo scudo proteggeva il guerriero che lo portava e quello che gli stava a fianco. La falange era composta di sette od otto file di cinquanta uomini ciascuna. La sincronia e la cieca fiducia nei commilitoni erano, in questo tipo di combattimento, fondamentali. Un verso di Tirteo rende magnificamente questo concetto: Chi si tiene unito al proprio commilitone e avanza assieme alla propria linea, durante gli scontri, ha meno possibilità di morire e copre quelli che gli stanno dietro. Altri canti di Tirteo celebrano la bellezza di morire in prima fila al servizio della patria. Sparta non nacque con queste leggi, le adottò una volta che ebbe assoggettato la Messenia, regione con una popolazione molto più numerosa, che imponeva agli spartani di stare sempre in guardia ed essere sempre pronti a domare possibili rivolte. Gli spartani adottavano, dunque, quella che oggi è detta difesa preventiva, sicuri del loro primato nel Peloponesso, miravano solo a mantenerlo col timore che ispiravano ai barbaroi, termine col quale indicavano tutti gli stranieri Greci o no che fossero. Gli altri Greci designavano, invece, col nome di xenoi i cittadini delle altre città elleniche.

L'EFORATO

Gli efori (Eforo dal greco "colui che sorveglia"), magistrati incaricati di sorvegliare sul comportamento dei due re, non sono menzionati dalla Grande Rhetra. L'eforato fu istituito nel VIII secolo a. C., le prime liste di efori a nostra disposizione risalgono, infatti, al 754. Grande era il potere di questi magistrati. Potevano addirittura trascinare il re in giudizio. E' probabile che ognuno dei cinque obai (villagi), vale a dire Limna, Pitane, Cinossura, Mesoa, Amicle, dal cui sinecismo era sorta Sparta, eleggesse un eforo. Un limite a questo potere era costituito dalla durata, soltanto un anno, della magistratura, e dal processo cui i suoi membri erano automaticamente sottoposti una volta scaduto il loro mandato.

LE CARNEE

Le feste principali di Sparta furono le Carnee, le Giacinzie (Hyakinthia) e le Gimnopedie. Le Carnee, comuni al mondo dorico, erano celebrate in onore del dio Apollo Carneo ed erano costituite da agoni (termine che indica festa pubblica nel corso della quale avvenivano gare a premio di atletica e anche musicali e poetiche e anche il luogo dove esse si celebravano) ginnici e musicali, la solennità della festa comportava la sospensione di ogni attività militaresca

LA DIARCHIA

La diarchia, fu il governo stabilito per la città. I due re, entrambi discendenti d'Ercole, appartenevano alle famiglie degli Agiadi degli Europontidi. La stranezza di questa costituzione ha sollevato una miriade d'ipotesi, tutte valide, ma nessuna in grado d'escludere l'altra. In tempo di pace il loro potere era nullo, si trattava semplicemente due membri del senato, ma in guerra il loro potere era assoluto.

 DARIO E SERSE

Domata la rivolta ionica. Dario, il Gran re di Persia, decise di punire i Greci, per l'appoggio dato ad Aristagora. Il Gran re inviò, come gia detto, ambasciatori in tutta l'Ellade, chiedendo la terra e l'acqua. Pochi acconsentirono, gli Spartiati gettarono in un pozzo gli ambasciatori, garantendogli che lì avrebbero trovato tutta l'acqua e la terra che volevano. I messi mandati ad Atene furono lanciati giù dall'acropoli. L'anno dopo (490) un esercito persiano s'imbarcò per la Grecia. Eretria, città che, come Atene, aveva inviato truppe e navi a sostegno della rivolta ionica, fu distrutta. I suoi uomini furono uccisi le donne e i bambini venduti come schiavi. I persiani sbarcarono, subito dopo, in Attica. Gli ateniesi li affrontarono a Maratona e grazie all'equipaggiamento oplitico e, soprattutto all'audace tattica dello stratego Milziade li distrussero. A fianco degli Ateniesi erano presenti le truppe di una sola città greca: Platea. Gli Spartiati avvertiti dagli ateniesi non rifiutarono il loro aiuto. Trattenuti, però, in patria da una festività religiosa, arrivarono ad Atene solo dopo lo scontro. Dario non appena fu a conoscenza della sconfitta, giurò vendetta, ma morì prima di poterla attuare. Fu Serse, suo figlio e successore, istigato da Mardonio, che sperava di diventare governatore della Grecia, ad allestire un gigantesco corpo di spedizione per conquistare l'Ellade. Il sovrano, al solito, mandò ambasciatori a chiedere la terra e l'acqua in tutta la Grecia, tranne che a Sparta e ad Atene. I Tessali, i Locresi, gli Achei di Ftia, i Beoti, con l'eccezione di Tespiesi e Platesi, e molti altri popoli si sottomisero. Le polis non intenzionate a cedere si radunarono a Corinto dove l'assemblea panellenica, dopo aver annunciato la pace generale tra i greci, stabili l'invio di un corpo di spedizione per fronteggiare l'attacco. I soldati che lo componevano avrebbero dovuto attestarsi al passo delle Termopili.

LE PORTE DEL FUOCO

"The hot gate"

L'esercito di Serse era già in marcia. L'immensa armata si preparava ad attraversare l'Ellesponto. Sui ponti, appositamente costruiti, sfilarono, ininterrottamente per sette giorni e sette notti, i Medi, i Cissi, i Babilonesi, Gli Assiri, con i loro elmi di bronzo, gli Sciti d'Asia, con le loro spade afgane, gli Arabi, gli Egiziani, i giganteschi Etiopi, rivestiti di pelli di leopardi e leoni, i popoli delle isole dei deportati, i Libi, i Persiani e, per ultimi, i diecimila Immortali, la guardia scelta del Re dei re, vestiti di lunghe tuniche, che coprivano le loro corazze di ferro, brillavano per ornamenti d'oro a profusione. Prima che sorgesse il sole, 300 opliti di Sparta, agli ordini del re Leonida (in greco, Λεωνίδας "figlio del leone") , erano schierati in città, prima della partenza, le madri, bianco vestite e col capo velato, consegnarono loro lo scudo, ripetendo la tremenda formula: O con questo o sopra di questo. Terminato il rito, i guerrieri s'avviarono verso le Termopili, accompagnati dall'ossessiva musica dei flauti e dei tamburi degli iloti. Le Termopili, porte del fuoco, uno stretto passaggio, non più di 20 metri, fra la montagna e il mare, erano considerate l'accesso per la Grecia, qui, dopo aver costruito un muro, s'installarono i guerrieri spartiati e i 7000 alleati greci, ad attendere l'arrivo dell'immenso esercito (più di 500.000 combattenti) degli invasori. Quei pochi uomini, suscitarono l'ironia di Serse che, tramite un araldo, ingiunse loro di consegnare le armi ; "Venga a prenderle"; rispose Leonida. Il Gran re attese per quattro giorni la resa dei Greci. Quindi, il 18 agosto del 480, ordinò ai Medi e ai Cissi di catturarli. Lo scontro durò tutto il giorno, il re inviò truppe su truppe, ma gli Spartiati non cedevano, calpestando i cadaveri, scivolando sul lago di sangue, in cui avevano trasformato lo stretto passaggio, continuarono il combattimento, mutandolo in un'orribile carneficina. Il giorno dopo il sovrano di Persia mandò contro i Lacedemoni gli Immortali, il fiore del suo esercito, la ritirata, minacciò, sarebbe costata loro la vita. Il ridotto spazio di manovra, la maggiore lunghezza delle lance greche, la versatilità della falange spartana che, guidata dalla musica degli iloti, in continuazione mutava tattica di combattimento, fu loro fatale. Sul campo, ancora ingombro dei cadaveri del giorno prima, gli Spartiati, consci di quanta importanza avesse una decisa avanzata, prima, si lanciarono contro il nemico facendone strage, poi, non reggendone la pressione, presero a ritirarsi verso il muro, allora i Barbari presero ad inseguirli in disordine, raggiunta dai nemici, la falange, con una rapida manovra, si volse contro di loro, fu un orribile eccidio. I Persiani, investiti dai pesanti scudi, furono travolti e calpestati, i loro commilitoni erano sterminati dalle lunghe spade dei lacedemoni. All'orrenda mattanza pose fine il Gran re, ordinando la ritirata alle sue decimate truppe. L'esiguo spazio era traboccante di cadaveri, l'odore del sangue e della morte ammorbava l'aria. Grande era lo sconforto nel campo barbaro, quando vi si presentò un greco, Efialte, che svelò al re, in cambio di denaro, l'esistenza di una strada che avrebbe consentito ai persiani di prendere alle spalle i Greci. Avvertiti nella notte, da disertori greci del campo persiano, del tradimento. Gli Spartiati, la mattina dopo, congedarono gli alleati (solo i Tespiesi vollero rimanere a loro fianco) e si prepararono a ricevere la bella morte. Lisciarono i lunghi capelli, unsero i loro corpi lustrarono ed affilarono le armi, e attesero l'arrivo dei persiani. A mezzogiorno, del 20 agosto, le truppe dell'invasore iniziarono l'attacco. Gli Spartiati si portarono verso il punto più ampio del passo e iniziarono a combattere. Orribile fu la sorte degli uomini del re, costretti dalle scudisciate dei comandanti ad avanzare contro quei terribili avversari."Molti cadevano nel mare e vi perivano, e in numero ancora maggiore venivano calpestati vivi gli uni dagli altri. Gli Elleni, sapendo che li attendeva la morte da parte delle truppe che aggiravano il monte, spiegavano contro i barbari il massimo del loro vigore, sprezzando il rischio in un supremo oblio, quasi folli. Gli Spartiati gettarono, poi, le lance infrante, e impugnate le spade continuarono a far scempio dei nemici. Uno spartiata ferito agli occhi, Eurito, si fece condurre dai suoi iloti sul campo di battaglia dove morì. Cadde, dopo aver compiuto eroiche gesta, il re Leonida. Attorno al suo cadavere montò violentissima la battaglia. Per quattro volte i Lacedemoni, stapparono dalle mani dei rivali il corpo del sovrano. Poi, all'arrivo delle truppe guidate de Efialte, i guerrieri di Sparta mutarono tattica. S'asserragliarono, infatti, su di un colle. Continuando a combattere con le mani nude e con denti. A quel punto i persiani, per evitare altre perdite, quel giorno persero la vita 20.000 barbari, li colpirono con le frecce fino a, quando non caddero esanimi. Serse fece ricercare per il tutto il campo, il corpo del re Leonida. Quando i Persiani lo rinvennero, ordinò che la sua testa fosse infissa su una picca e il suo corpo crocifisso. Sul sito della battaglia fu incisa quest'epigrafe: "Straniero che passi, va a Sparta e di, che qui noi morimmo in ubbidienza alle sue leggi". Fu inoltre innalzata una statua in onore di Leonida. Questi monumenti non sopravissero alle ingiurie del tempo e della storia. Possiamo ancora ammirarli grazie all' opera di 300 spartani emigrati, che nel secolo scorso ne hanno finanziato la ricostruzione.

porca

December 11

Villa San Giovanni

 

STORIA DI VILLA SAN GIOVANNI

Villa San Giovanni è una città giovane, con appena 200 anni di storia propria. E' stata un'invenzione di Rocco Antonio Caracciolo, ricco proprietario terriero della zona, che, staccando i casali di Pezzo, Cannitello, Piale e Azzarello dall'allora Città di Fiumara , grazia a buoni uffici presso la corte dei Borboni di Napoli, riuscì a dare unità politica ed amministrativa a piccole comunità tra loro distanti e competitive.

In realtà la zona di Villa è abitata sin dai tempi dei romani: essi la chiamavano "Fretum Siculum" perché da lì si raggiungeva la Sicilia e lì era ubicata la Colonna Regina, cioè la fine della via Popilia, che da Capua arrivava sino a Reggio. La zona, come tutta la costa, cadde in decadenza durante il medioevo a causa delle incursioni dei pirati saraceni prima e dei turchi nel XVI secolo. Come prima accennato, in questo periodo il territorio faceva parte della baronia di Fiumara di Muro.

Fra il XIX ed il XX secolo Villa San Giovanni era famosissima per il baco da seta e per le filande, di cui ora restano pochi ruderi delle 56 operanti anticamente, le quali erano fonte di lavoro per tantissime donne e ragazze della zona. La sua fama era talmente grande da attirare imprenditori settentrionali e stranieri, che aprirono varie attività in società con filandieri villesi, e che gli valsero il nome di piccola Manchester. Villa era famosa inoltre per l'industria delle pipe: gran parte delle pipe che si lavoravano negli Stati Uniti venivano da Villa S. Giovanni. All'inizio del secolo scorso veniva descritta come una città operosa ed industriosa.

Nel 1927 il Comune di Villa San Giovanni, assieme a quello di Cannitello ed a molti altri, venne in globato nel Comune di Reggio Calabria, in seguito al progetto della Grande Reggio, ma riuscì a riottenere l'indipendenza nel 1933, e da quella data esso comprende pure il teritorio di Cannitello.

Villa S. Giovanni è stata distrutta due volte da due violenti terremoti uno nel 1783 e l'altro nel 1908. Quest'ultimo è stato uno dei più violenti della storia d'Italia ed ha provocato più di 1000 morti in tutta l'area dello Stretto.

FATA MORGANA

A volte, di mattina presto, durante l'inverno, dopo abbondanti pioggie e solo in particolari condizioni di cielo sereno, si verifica il fenomeno della "Fata Morgana": le particelle d'acqua rimaste sospese nell'aria dopo la pioggia creano come una gigantesca lente d'ingrandimento, facendo così in modo che la costa siciliana appaia distante da quella calabra solo poche centinaia di metri, mentre in realtà distano ben 3 km. Questo fenomeno si verifica solo sul litorale villese guardando la costa siciliana e mai viceversa.

November 23

Fumogeni e Granate per SoftAir

Come creare FUMOGENO e GRANATA per SoftAir

 

FUMOGENO

Premessa.....

1) Non prende fuoco durante la preparazione neanche se dimenticato sul fuoco.
2) Non fa fumo durante la preparazione (quindi potete farlo tranquillamente nella cucina di casa.
3) La fiamma è limitata, quindi non particolarmente incendiario.
4) Rimane caldo + a lungo prima di solidificarsi, quindi facilmente malleabile.
5) Non rovina il materiale in cui viene preparato; pentole cucchiai ecc…(infatti basta mettere tutto a mollo in acqua e tutto viene via in 10 min.
6) La reazione è più lenta quindi il fumogeno dura molto di più.
7) Con il sistema di innesco che facilita l’accensione, può essere lanciato senza che questi si spenga.
Si conserva anche se non è sigillato.
9) Un fumogeno già costruito può sempre essere smontato, riscaldato e rimodellato.
Ps: Il fumogeno che realizzeremo e quello che secondo me è ottimale per il Soft-Air.

CONTENITORI

Materiali: cartoncino dim. A4, giornale, carta adesiva, un pennarello grosso (non quanto un uniposca) o un tubo.

Costruzione: Tagliare a metà dalla parte più piccola il cartoncino, ricavando così due strisce di cartoncino. Prendiamo una striscia e arrotoliamola sul pennarello in modo da ricavarne un cilindro. Con la carta adesiva fermiamo adesso le due estremità del cilindro in modo che non si srotoli. Sfiliamo il pennarello. Con il giornale facciamo delle palline di carta, e inseriamole in una delle due estremità.



Adesso blocchiamo la pallina con un po di nastro.


Bene il contenitore è fatto passiamo adesso alla preparazione della pasta per il fumogeno.

IMPASTO PER FUMOGENI

Materiali:

Zucchero, nitrato di potassio (salnitro), miele (il più economico che trovate) , 3 contenitori per rullino di macchina fotografica, pentolino, cucchiaio.
N.B.: il nitrato di potassio lo trovate in un qualsiasi consorzio agrario in pratici sacchi da 25 o 50 kg. (il sacco da 25kg costa 12 euro circa, quello da 50kg circa il doppio ), altrimenti anche in farmacia in sacchetti da 1 kg ma costa molto di più.
Procedimento:
riempiamo 2 dei porta rullino con il salnitro.
Il terzo lo riempiremo con lo zucchero.
Quindi per una parte di zucchero due di salnitro.
Prendiamo adesso un cucchiaio di mele e mettiamolo nel nostro pentolino (anche una pentola o una padella vanno benissimo).
Aggiungiamo lo zucchero…..
e passiamo ai fornelli. Accendiamo il fornello e regoliamo la fiamma al minimo.
Fatto sciogliere il miele insieme allo zucchero, quando tutto si presenta liquido, aggiungiamo poco per volta il salnitro, e giriamo tutto con il cucchiaio.
Dopo aver aggiunto anche il secondo quantitativo di salnitro, continuiamo a girare, e spegniamo se necessario il fornello per non far bruciare l’impasto (fare attenzione che l’impasto non fuoriesca dal pentolino durante la preparazione…. a contatto con la fiamma viva si innesca). Prendiamo uno dei nostri contenitori e coliamo con il cucchiaio l’impasto dentro il contenitore.
Riempiamo il contenitore lasciando circa un centimetro vuoto nella parte superiore, che ci servirà per inserire l’innesco.

INNESCO

Materiali: forbici, giornale, cucchiaio.
Procedimento: tagliamo delle strisce di giornale larghe circa 3 cm e spalmiamoci su l’impasto per fumogeno ancora caldo con il cucchiaio.
Procediamo arrotolando poi la striscia di giornale su se stessa, ricavandone una spirale cilindrica dal diametro di circa 1.5 cm . Separiamola dal resto della striscia e tagliamola in 3 parti, ricavando dei cilindretti di circa 1 cm d’altezza. (gli inneschi).
Inseriamo gli inneschi nella parte lasciata libera del contenitore del fumogeno.
Il fumogeno va innescato con una fiamma e va lanciato immediatamente.

 

GRANATA

La costruzione è molto semplice e veloce.
Materiale che occorre: contenitore per rullini fotografici,
nastro adesivo,
taglierino (cutter) o un semplice coltello,
farina o borotalco,
un petardo di quelli chiamati «miniciccioli».

Praticate dei tagli verticali nel portarullino a distanza di circa mezzo centimetro l'uno dall'altro.
Con un pezzo di nastro adesivo, avvolgete la parte superiore del contenitore in modo da mantenere unite le fette.
Fatto questo, riempite il portarullino di farina o borotalco, praticate nel tappo un foro
sufficentemente largo da far passare il minicicciolo e infilatecelo.
Chiudete il contenitore ed eventualmete fissate il petardo alla base del tappo con dell' attak.
Ora la granata è pronta.

 


 

 

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